Incanti ardenti ed arsi

Sesso distillato in parole.

Gli odori, le parole dell’alba

Sa degli odori dell’alba, nel letto che è nostro. Sa degli odori che sono nostri, la pisciata liberatoria, dopo averti sborrato dentro, lo sperma che si è mischiato ai tuoi umori e si è seccato lentamente sui peli del pube, il sudore della tua vulva e delle tue chiappe, che è sgocciolato insieme al mio evaporando sui miei coglioni, che a lungo hanno urtato contro la tua carne più tenera.

Scendi sotto il lenzuolo e posi la tua guancia sulla mia coscia pelosa, a pochi centimetri dal centro della nostra gravità, intorno a cui ruotano già tutti i pensieri che non ci diciamo, i tuoi, i miei, i pensieri senza forma, i pensieri irruenti.

Nell’oscurità sotto il lenzuolo, non vedi, percepisci solo calore e odore. Devi respirare, respirare ed essere te.

Sussurri, piano, le tue parole dolci e volgari.

Tutti i nomi con cui chiami il mio cazzo, i miei coglioni, il mio sperma. Tutte i nomi con cui chiami, nei tuoi pensieri più indecenti, quello che fa il mio cazzo, il mio sperma, i miei coglioni, a te, alla femmina, a una femmina qualunque, a una cagna arrapata, a tutte le cagne arrapate.

Inizi lentamente, cadenzando ogni parola come esitando ancora sulle più vergognose, poi la punta del mio cazzo già nuda, già dura, ti sfiora il viso, come cercandoti la bocca che sussurra.

E allora cedi, e la tua lingua dirompe e il respiro che emetti, di parola in parola, mi accarezza l’asta, mi solletica i peli pubici, rendendomi avido e paziente, capace di attendere e pronto a spremerti dalla bocca ogni pensiero più lussurioso, tutta la tua fame di bestia.

E’ così che in pochi istanti – e solo quando la tua voce si libera da ogni inibizione e declama a voce alta e roca le parole che ogni volta credi di non aver mai detto, a nessuno e tantomeno a un uomo, prima d’ora, le parole che ti incatenano al cazzo come al tuo bisogno primo, e ultimo – ti sfiori con le dita il clitoride, ti sfreghi, sei già molto al di là del tuo punto di non ritorno, mi annunci che presto, prestissimo, capitolerai con la bocca spalancata dal piacere, proprio lì, proprio sopra il mio palo di carne.

E nell’atto di venire, ti azzittisci da sola: il cazzo ti sprofonda nella gola, attratto dalla tua voce e dal tuo urlo silenziato. Duro, crudele come l’hai reso tu: fino a titillarti le corde vocali, le tue piccole labbrine ancora arrapate nel fondo della tua gola.

Contro corrente, contro tutto il male che mi attanaglia, stamattina dopo aver buttato giù una di quelle fantasie sessuali zozze, immorali e inammissibili, su cui in molte vi bagnate senza avere il coraggio di ammetterlo, mi sono ritrovato col cazzo di marmo e ho dovuto freneticamente schizzare abbondante e denso sperma che da ormai troppi giorni gravava nei miei coglioni esasperati.

E tuttavia oggi non basta, il mio intestino ha reclamato altri spazi per i suoi bisogni e così pure il cazzo, che è di nuovo dritto, caldo, brontolone, dispotico.

Penso che davvero sprechiamo troppo tempo in espedienti per fingerci più felici di quello che siamo, tutti quanti, e che nel tuo caso adesso dovrei innanzitutto lavarti la fica zozzona e il tuo onestissimo buco del culo con abbondante impegno di lingua e saliva, ché c’è tutto un insieme di sapori da svelare. E nel frattempo, contemporaneamente, studiarmi il tuo esofago e la tua laringe con la punta del mio cazzo, tenendoti la testa ben piantata dove mi serve, con una mano sola.

Senza preoccuparmi di darti scampo, perché un amore come questo non ha scampo.

Lui mena.

Ancora ripensavi al sesso che avevamo fatto la sera, la mattina presto soprattutto: lento, paziente, passionale, il mio sguardo nel tuo, affinchè ogni vibrazione del mio cazzo e del mio cuore risuonasse, amplificata fino allo spasimo, contro le tue mucose bagnate e dentro ogni camera del tuo cuore, che correva più forte ancora del mio.

Ti ho lasciato queste sensazioni e il mio sperma dentro e un’attesa, lunga un tempo indefinito: verrà a vederti a lavoro, non sappiamo quando, oggi. Non ti toccherà, non ti dirà nulla, ma vorrà guardarti bene, tutta, ogni cosa.

Ti sei vestita, come per aspettare ancora il sesso, un sesso diverso, molto diverso però, stavolta. Un sesso solo immaginato, promesso. Un sesso che è il corpo dell’uomo e null’altro, il corpo da riscoprire da zero, da incontrare con l’innocenza della vergine e con la colpa della carne che esplora l’indecenza.

Lui picchia, mena. E’ stata questa frase a deciderti, a toccarti. La tua razionalità e il tuo controllo da una parte, dall’altra i tuoi capezzoli dritti come chiodi e la tua mutanda, all’istante lurida e zuppa, vergognosamente.

Ed ecco la porta che si apre, lenta e inesorabile, proprio come hai avvertito aprirsi i tuoi pori, le tue pupille, ogni tuo piccolo vuoto, all’atto di conoscere il suo nome, di saperlo reale. 

Scatti in piedi, eppure è come cadessi in ginocchio al suo cospetto. Robusto, largo senza nulla che sia di troppo, che sia inutile al bisogno che è suo, prima ancora che possa essere il tuo. Alto quanto da tempo sognavi eppure censuravi al tuo pensiero. La sua mano è ampia e decisa, come lo è dentro certamente – come hai sempre desiderato essere tu stessa.

Un sorriso spontaneo e limpido, un cenno con un dito, verso di te: ti giri di spalle, lasci cadere la gonna, lo immagini rivolgere lo sguardo verso le tue natiche che sono già quasi del tutto esposte, perchè oggi hai indossato lo slip più ridotto che avevi, immaginando di tenere almeno quello, davanti a lui. Eppure non gli basta, lo senti senza che lui neppure parli. Lo senti dal suo passo in avanti, uno solo, verso di te.  Sfili la camicetta, getti via il reggiseno, velocemente lasci cadere anche lo slip.  Non hai che le calze autoreggenti a incorniciarti l’intimità ormai offerta.

Ti pieghi, in avanti, verso la finestra, schiudi un poco le cosce, cercando di restare immobile, è la cosa più difficile di tutte, e di lasciargli tutto il tempo necessario: deve vedere tutto, pensi.

Dalle labbra, quelle della bocca, ti cade una goccia di saliva, che scivola sul pavimento lucido, scuro. Forse sta accadendo anche fra le tue cosce, pensi. Lui si avvicina moltissimo, annusa, guarda come se con gli occhi avesse già deciso: prenderà tutto, lo prenderà, presto, e senza accontentarsi.

Ti alzi, ti giri verso di lui, i tuoi occhi però non si alzano più, non riesci.  Fissi le sue scarpe grandi, nere, e senti l’istinto di buttarti li sopra, di appoggiarvi le tue guance, i tuoi seni, di cercarvi una tregua, una pace, una crudeltà più spietata ancora, infine. 

Alzi le mani sopra la testa, sporgi i piccoli seni in fuori. Pensi al piccolo triangolino di peli che incornicia il tuo pube, alle mani di lui che lo titillano, lo sfiorano, e poi strappano via ad uno a uno quei peli di cui non hai mai avuto il coraggio di liberarti, per serbare un’ultima resistenza, un ultimo spazio di segreto, di mistero.

Lui picchia, mena, te lo ricordi bene, ti ripeti in mente questa frase, mentre lui ti guarda da vicino le mammelle e i capezzoli che ormai sembrano pregarlo, implorare un contatto che non ci sarà.

Lo vedi girarsi, uscire con calma, senza dire nulla.

Resti nuda, cadi in terra, ridotta a quadrupede.

Se ora toccassi il tuo clitoride, esploderesti all’istante.

Lui picchia, mena, e oramai sei sua.

Il tuo corpo soggiace alla sua volontà, lo attenderai. Tremi, ti getti sul pavimento freddo, aspetterai.

Il film della domenica.

Tutti i tuoi odori più buoni, sprigionati in questa decadenza domenicale.  La brutale nudità della tua pelle, a contatto, a contrasto, con i miei indumenti più comodi.

Il film procede lungo, inesorabile. Divarico le gambe e sprofondo nel divano.

Porto le tue natiche sopra le mie cosce, tu sollevi le tue gambe e le fletti schiudendoti e inarcandoti. L’odore inconfondibile della tua eccitazione si aggiunge a tutti gli altri, si moltiplica, li surclassa a uno a uno.

Ti accarezzo dove ne hai più bisogno, dove più ti piace, dolcemente, con pazienza.

Le mie dita unite le una alle altre, tutto il palmo della mano irrigidito, compatto. Sfioro, a tratti premo, sfrego, sfioro ancora. Agiti le gambe, le braccia, la testa, il respiro accelera in fretta. Hai il godimento veloce in questi casi, ne sono bene a conoscenza ormai. Tuttavia mi basta uno sguardo furtivo, incrociare i tuoi occhi dilatati dal tuo martirio di piacere: stai buona, in silenzio. Il film procede, non voglio perdere neppure una parola. I tuoi rumorini – il fluire e rifluire dei tuoi umori, i battiti furenti del cuore, l’ansimante respiro che ti prepara all’orgasmo – incorniciano la quiete del pomeriggio, senza turbarla in alcun modo.

Avverto, sotto le mie dita, qualche spasmo della tua vulva, la tensione con cui estendi le dita dei piedi mi conferma la tempestività del tuo orgasmo, il primo.  Non sei mai stata così veloce, da sola, mi hai detto tempo fa. 

Non è il tuo orgasmo ciò che conta, però, oggi.  Il film procede inesorabile e così tutto il resto. Sfrego, sfioro dolcemente, raccolgo fra due polpastrelli la punta del tuo clitoride, ti faccio una minuscola seghina, tu reagisci emettendo un “oh”, senza poterti trattenere: ti zittisco con lo sguardo, subito stai buona.

Non mi fermerò, il film procede: il tuo corpo non è altro che obbedienza, adesso.

Sei contenta, probabilmente, e un poco hai paura. Ne avremo per un’ora, o forse quasi due, non sai bene. Ti sfioro, cambio il ritmo, premo con più forza, accelero il movimento delle dita. Verrai ancora, e verrai ancora. Finchè sarà necessario.

L’amore che lascia i suoi segni

linee interrotte, l’impronta inequivoca dei denti

la pelle e i sessi in fiamme

l’amore che reclama consolazione

la tenerezza degli incontri e degli addii

la cura della passione ormai esausta

non conosco amore

che non sanguini.

Come si sculaccia una donna.

Di volta in volta, sferravo i colpi con maggior forza – e tuttavia sempre più piano, come per estenuarti con l’attesa, col ritmo, più che con l’energia impressa dalla mia cintura, sui tuoi fianchi ampi ed esposti.

Avevi appreso, con l’esercizio quasi quotidiano.

Scostavi nel modo opportuno le mutandine bianche di cotone, stringendo tutto il tessuto all’interno della fessura fra le tue natiche, in modo che una gran parte di esso venisse a contatto con il tuo sesso, che a poco a poco si sarebbe gonfiato e inumidito. Poi, ti sistemavi sul letto, carponi, avendo cura di tenere la testa e le spalle alcuni centimetri più in basso, rispetto alla parte su cui ti avrei colpita, e tuttavia senza permettere nè al tuo capo, nè ai tuoi seni grandi e pesanti, di appoggiarsi materasso – al limite, essi avrebbero sfiorato il lenzuolo, di tanto in tanto, in particolare quando i tuoi capezzoli si sarebbero protesi, nella fase di maggior eccitazione.

Separavi le cosce l’una dall’altra, il minimo indispensabile – ti avevo insegnato a farlo come se potessi intravedere, alle tue spalle, la posizione del mio sguardo, e quindi in modo da offrire al mio sguardo una visuale completa non solo sulle tue natiche, ma anche sulla forma del tuo sesso e sugli umori con cui a poco a poco avresti, volente o nolente, impregnato il tessuto che lo ricopriva.

Non dovevi fare alcunchè, da quel momento in poi, se non attendere; e ti era stato insegnato come far sì che questa non fosse semplice e passiva attesa, ma un tendere e tenderti davvero, al bisogno di me.

Immobile, e percependo i miei rumori, la mia presenza, l’odore della mia pelle e della pelle della mia cintura, nella stanza, chiudevi gli occhi e immaginavi. Immaginavi, mi raccontavi poi a volte, in seguito, semplici, lunghi, romantici amplessi; a cambiare, e a stimolarti sessualmente di volta in volta, erano semplicemente le circostanze, il luogo. Un castello, la casa dei tuoi, il letto accanto a quello in cui dormiva la tua miglior amica, un club per scambisti, avevi una fervida fantasia a riguardo.  Ti bastavano in genere 5, 10 minuti al massimo, poi dicevi, come ti avevo insegnato: senza esitazioni, con voce alta e chiara, come chi non ha più nulla da nascondere, “Sono eccitata”. 

Non conoscevi mai il numero complessivo dei colpi che ti avrei inferto. Neppure l’energia degli stessi era mai costante, prevedibile.

Ti colpivo, sempre, la prima volta, con molta forza, e sempre nel medesimo punto. Avevi sempre molta difficoltà a controllare la tua reazione a questo primissimo, brutale colpo, e quindi esso costituiva una sorta di comando ineluttabile, l’ordine perentorio di obbedire.  Più volte avevo interrotto l’esercizio subito dopo questo primo colpo, a causa della tua incapacità di controllarti, di mostrare, concretamente, la tua devota obbedienza.

Avevi imparato, poi.  Colpo dopo colpo, puntualmente, non appena la sensazione dolorosa provocata dalla cintura percorreva tutto il tuo sistema nervoso, raggiungendo infine i centri del tuo pensiero e delle tue emozioni, con voce ferma e nitida, contavi, facendo ben attenzione a non sbagliare nè i tempi, nè il timbro di voce, nè il numero progressivo da enunciare.

Non ti era permesso alcun movimento, nè l’espressione di alcun gemito di dolore o di piacere.

Mi fermavo, più volte, per osservarti meglio da vicino. Talora producevi lacrime, quasi sempre, restando a lungo a bocca aperta, lasciavi andare un rivolo di bava, lungo il mento o direttamente sul lenzuolo. Nei giorni più caldi, sudavi e il tuo odore, man mano che la tua carne sopportava i colpi della cinghia, si diffondeva nella stanza coprendone ogni altro. Sempre, una gran quantità di umori sessuali inzuppava il tessuto del tuo slip, che spesso, subito dopo, avrei direttamente riposto nella tua bocca, come bavaglio e come ricordo succoso di quanto vissuto, qualunque cosa avessi deciso di farne di te, dopo.

Per quanto numerosi e dolorosi fossero i colpi, pur tremando via via in modo più evidente, resistevi obbediente e devota fino all’ultimo.  L’ultimo, lieve quasi come una carezza, era seguito dal gesto con cui la mia mano ti accarezzava nei punti più infiammati, più segnati, con delicatezza; poi, pochi istanti dopo, ti comunicavo il modo in cui avrei goduto sessualmente dentro di te.

Come, dove, entro quanto.

Tu attendevi, allora, ancora. Immaginando. Soffrendo, eccitandoti.  Immobile, odorosa, silenziosa.

Stamani, ti ho permesso di alzarti solo quando, spalancando tende e persiane, la luce piena del mattino ha inondato la stanza.

Avevi ancora su di te, odorosa, percettibile, tutta la nudità di questa notte e il calore del mio corpo, invisibile manto.

Hai aperto la finestra, ti sei affacciata sulla strada come per abbracciare di nuovo lo scorrere del tempo, delle cose – senza darti pensiero della gravità dei tuoi seni, che pendevano liberi.

Io ti spiavo ancora, alle tue spalle, gioiosa, carnale, ricca della mia vitalità, e da riempire nuovamente, con la precisione e la cura del primo caffè che cola nella tazzina candida, fino alla crema.

Incontri sull’argine.

E’ mattina presto ed è ancora troppo presto, sull’argine di questo canale che circonda, da questa parte, la periferia della città, perfino per chi ama correre di buon’ora, quando l’aria fresca punge il viso, le mani, la poca pelle scoperta.

E’ qui che ti ho trovata anche altre volte, l’ultima alcuni mesi fa, talora in orari più urbani, altre, come oggi, nelle ore più impensate.

Hai uno sguardo malinconico e le tue poche parole sono dolenti. Sei confusa; sei venuta qui a piangere da sola, come a volte senti il bisogno di fare, ma ora, per questo incontro del tutto casuale – che non avevi preventivato – le tue emozioni sono anche altre, difficili da pronunciare.

Tieni gli occhi un po’ bassi, mi guardi solo per pochi istanti. Indossi dei leggins scuri molto aderenti, la giacca che hai sopra ti copre solo fino ai fianchi, da quando hai messo le mani nelle tasche, come se volessi trattenerne i movimenti, hai inevitabilmente esposto alla luce dell’alba, e anche al mio sguardo, qualche centimetro in più della tua figura, il disegno delle tue cosce, delle tue natiche, la possibilità di immaginarti il sesso, sotto le mutandine che sembrano quelle più ordinarie, dalla forma il cui rilievo non si può non notare, sotto il tessuto aderente.

L’ultima volta, tre mesi fa – ti correggo, almeno quattro – i segni sono andati via dopo molti, molti giorni. 

E’ questo tutto ciò che dici, tutto ciò che ti restava da dire in fondo.  Ti prendo la mano, separo con delicatezza il tuo indice dalle altre dita, che ti spingo a flettere come in un pugno, e accompagno il movimento del tuo polpastrello con la mia mano destra, lentamente, perchè voglio che mi mostri i punti, il ricordo di quei segni, senza parlare, solo tracciandoli, cercandoli sul tuo corpo, attraverso i vestiti.

Lungo il collo nudo, prima, ai due lati, poco sotto le orecchie, poi giù, sui tuoi seni piccoli e sodi, che oggi, mentre li sfiori col dito, sembrano più gonfi, come se la misura del reggiseno non li contenesse più, tutt’intorno ai capezzoli che nonostante il tessuto della maglia pesante sono nitidamente visibili, sporgenti, e poi dietro, dove non puoi guardarti, una serie di scie immaginarie, le traiettorie dei lividi che senza dubbio rimasero a lungo anche su ciascuna delle tue chiappe, l’ultima volta.

C’è un piccolo ripostiglio abbandonato, proprio nascosto dietro il ponte che attraversa il canale, e certamente lo ricordi anche tu.  Lascio che tu mi preceda, senza dirti altro, cammini molto lentamente, davanti a me, come se volessi prenderti tutto il tempo necessario per costruire nella tua mente l’immagine di ciò che potrebbe accaderti, che potresti subire, di qui a poco. Io, seguendoti, mantengo gli occhi fissi sulla carne del tuo culo e delle tue cosce, avvolta nei leggins, che si muove, si contrae, si distende, e ascolto le sensazioni più viscerali del mio corpo, la percezione chiara del sangue che affluisce giù, verso il mio cazzo, gonfiandolo nei pantaloni, e verso i miei coglioni, accelerando la produzione di ormoni virili e di sperma.

Quel che accade, poi, è questione di minuti, di un’ora, al massimo – prima che il giorno ricominci per davvero, anche per il resto della popolazione di questa periferia semideserta.

Dei tuoi vestiti mi libero in fretta, della tua malinconia, invece, ne faccio suggestione ulteriore, per il mio istinto sadico. 

Devi soffrire molto, oggi. Sono le uniche parole che ti rivolgo, prima di stringerti con forza, di assaltarti, di predarti con tutta la rabbia che ho dentro.

Le tue mutandine così abbondanti, corpose, divenute una spugna intrisa di umori, mentre camminavi, ora sono il bavaglio ideale, per evitare di causare disturbo, di attirare attenzioni moleste.

Devi soffrire molto. Ti tengo, ghermisco i tuoi seni con decisione, li bagno con la mia saliva, li schiaffeggio, li succhio, li mordo più e più volte, li mungo come dovessi estrarne il latte, fino a farti piangere, fino a raccogliere le tue lacrime e a farle colare, dai capezzoli, come il latte che ti manca. 

Ti rigiro, a terra, quadrupede indifesa.  Colpisco il tuo culo con il mio stivaletto di pelle, poi lo struscio, la parte di sopra, contro la tua fica che non ricordavo così gonfia, esposta e pelosa come è oggi.  Da come reagisci e ti inarchi, sembri più arrapata di quanto vorresti dimostrarti.  Ti schiaffeggio senza perdere tempo, con brutalità, una chiappa, poi l’altra, trovo degli oggetti di legno, intorno a me, ti colpisco anche con quelli, sulla natica, sulla coscia, finchè non inizi ad ansimare forte, a tremare.

Sei scossa come una bestia ferita e ora ti agiti parecchio, devo stringerti con forza con una mano, tirandoti a me per i lunghi capelli, mentre esploro le tue voragini fisiche e mentali con le dita, due, tre, la fica, il culo, morbidi, aperti, due pupille spalancate in cerca del mio sguardo più feroce.

Ti ho sempre inculata, perchè soffrissi di più, mentre io mi concentravo sul mio piacere avido e brutale. 

Oggi però l’odore della tua fica è più potente, è un richiamo più forte, forse perchè sei appena venuta, senza poterti reprimere, un paio di volte almeno, mentre ti aprivo con le dita per guardarti dentro, per lasciar uscire gli spiriti delle tue ultime paure, dal tuo ventre dilatato.

Ti pieghi faccia a terra come cedendo di schianto, quando senti il mio cazzo arrivare con potenza, con velocità, come un treno lanciato in corsa, risalendo tutta la profondità della tua fica fino a sbattere impietosamente contro la cervice del tuo utero, estremamente sensibile a giudicare dalla tua reazione.

Ti sono sopra, ti monto come un cane, come dovessi fare  il nodo nella tua fica e rimanerci tutto il tempo che mi serve, poco o tanto che sia, non lasciandoti più scelta, in ogni caso.  E’ il cazzo di un uomo che non ha paura di essere bestiale, selvaggio, semplice e chiaro, adesso, con te.  Ti allarga completamente, ti riempie tutta, ti costringe a sentire, a ricordare, a desiderare ciò che tante volte hai già voluto e temuto.

I miei coglioni gonfi premono con forza contro le labbra piene di sangue della tua fica arrapata, le mie mani si aggrappano ai tuoi seni feriti, la tua voce rantola, mentre gemi di pianto e di piacere, che sei incinta, che sei incinta e che sei sola.

Ti tolgo, a poco a poco, l’ossigeno di cui ora i tuoi pensieri confusi sono così avidi. Stringo il tuo collo con le mani, tendo con tutta la mia eccitazione ogni muscolo disponibile nel mio corpo, in modo da usare tutta la mia forza su di te, dentro di te, come dovessi invaderlo e occuparlo e presidiarlo, il tuo utero solitario e timoroso. 

Tremi, provi una ribellione esitante, poi ti abbandoni, e con il poco ossigeno che lascio affluire al tuo cervello, assisti alla mia sfuriata finale, avverti, riconosci, i segni del mio orgasmo ormai imminente.

Oh, sussurri come se potessi urlare, mentre percepissi le contrazioni del mio cazzo che eiacula nella tua fica, come fosse il tuo stesso sesso a contrarsi e orgasmare.

Con la mutanda tolta dalla tua bocca, mentre riprendi a respirare, mi pulisco il cazzo, ti pulisco la fica grondante di sperma. Ti bacio, ti sputo fra le labbra socchiuse, ti getto addosso la mutanda sozza e gli altri vestiti. 

Barcollando, indossi tutto così com’è, i tuoi abiti sporchi sul tuo corpo insozzato e usato. 

Come ogni volta, voglio cogliere il tuo ultimo sguardo, che è senza vergogna, fiero. Prima di lasciarti andar via.

Ieri sera avevo tanta voglia, alla fine, di scopare la mia donna in un modo brutale ma allo stesso tempo quieto, paziente; più che con aggressività, con fermezza. Volevo rientrare a casa e trovarla come al solito intenta a occuparsi di piccole faccende domestiche, immaginavo di fotterla durante la serata, dopo cena, di chiederle se aveva pensato a me durante la giornata, quante volte si era bagnata o masturbata pensandomi, cose così, di darle delle raccomandazioni o dei piccoli rimproveri o di ordinarle cose da fare il giorno dopo, che so, stirarmi quella camicia o fare un servizio per me, il tutto mentre la spogliavo, la palpavo, le schiaffeggiavo le mammelle o il culo, mi facevo spazio nel buco del culo aprendola con le dita, cose così. Magari avrei potuto stringerle la fica con la mia mano e massaggiare sbrigativamente il clitoride, sputandole più volte nella bocca aperta dal piacere e dai baci e gridandole di godere, di farsi sentire bene quando gode, di godere più forte, prendendola e spingendola verso la finestra spalancata per far sentire bene a tutti i cani dei vicini come gode forte, la mia cagna in calore, e magari farli arrapare tutti, i vicini e pure i cani, col suono dei suoi orgasmi. E poi l’avrei chiavata, dopo averla fatta tremare con gli orgasmi e con qualche ceffone dato per farla sentire ancora più sottomessa. L’avrei chiavata facendola sentire piccola, tenuta ben stretta, immobilizzata sotto di me dal mio peso e dalla forza con cui l’avrei posseduta. Col cazzo durissimo, spingendolo lentamente e profondamente dentro il suo corpo, come se dovessi aprirla in due. Divaricandole le cosce, sollevandole, rigirandola più volte in modo da scavare a fondo dentro ognuno dei suoi buchi, per toccare ogni parte della fica e del buco del culo. Fino a sentire col cazzo la merda nel fondo del suo intestino, e a dirglielo, guarda che ora ti spingo la tua merda più a fondo, non hai cagato bene oggi, devi svuotarti meglio la prossima volta, il buco del culo dev’essere tutto per me. Immaginavo di farlo durare tanto e di farla urlare a più riprese, e di rassicurarla sul fatto che ci tengo che i vicini sentano bene chi è che comanda in questa casa e cosa faccio alla mia donna tutti i giorni, perchè è il mio cazzo che comanda in questa casa e la mia donna ha bisogno solo di essere chiavata così, tutti i giorni . Immaginavo che alla fine questa chiavata le lasciasse come al solito dei segni, sul corpo, piccoli lividi, piccoli segni di morsi, i soliti segni di ogni giorno, ma soprattutto un senso di abbandono, di docilità, di adorazione, di sottomissione quotidiana, spontanea. 

E’ stato necessario insistere parecchio, di messaggio in messaggio, per indurti a mettere da parte pudori e abituali autocensure.

Infine ce l’hai fatta, e hai iniziato a descrivere in ogni minimo dettaglio il corpo dell’uomo che ti eccita nelle tue fantasie solitarie, quelle di cui non parli mai, con nessuno.

Avvertivo dall’altra parte, dal perdurare delle tue pause, dalle imprecisioni della tua scrittura, la tua crescente eccitazione.

Più volte ti ho ricordato di rimanere composta, di usare le mani solo sulla tastiera del telefono, di non indulgere a nessun tentativo di stimolarti, nè sui capezzoli, nè sul clitoride, nè su altra parte del tuo corpo, e di tenere le cosce socchiuse, in modo che non si toccassero l’un l’altra.

Ti ho chiesto ulteriori dettagli, ti ho istruita nell’uso delle parole più appropriate correggendo quelle quasi sempre troppo fredde, astratte, anonime dietro cui ti rifugiavi per l’imbarazzo.

Ti è sembrato infine di averlo disegnato con le parole, quell’uomo della tua libidine sfrenata, e di averlo ben presente davanti ai tuoi occhi; di sentirne quasi l’odore, di percepirne il duro istinto, di avvertirne il peso, sulla tua pelle, e la forza, spietata e rassicurante insieme.

Ti ho chiesto cosa provassi: il mio ventre è aperto, i miei pensieri sono liquidi, hai risposto.

Senz’altri commenti, ti ho assegnato cinque minuti di tempo, non un secondo di più o di meno: il necessario, per masturbarti nel modo più sbrigativo possibile.

Non mi interessa il tuo orgasmo, ti ho detto; voglio sentire bene come ti sbatti la fica e il culo con le dita, senza più alcuna remora, come farebbe lui, come farebbe un uomo, ora, con te.

Ti sei toccata come se la tua mano fosse la sua, di quell’uomo che hai così bene immaginato, tenendo il microfono del telefono vicino alle tue parti intime, perchè io fossi testimone di tutto. In realtà sei venuta dopo meno di 3 minuti ma hai continuato fino alla fine dei cinque minuti, senza mai fermarti: per dimostrarti obbediente, sottomessa.